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L’azienda sanitaria condannata dal TAR per cure negate a bimba con disabilità grave

L’Azienda Sanitaria Locale Umbria 1 ha negato l’autorizzazione alle cure di altissima specializzazione all’estero ad una bimba con grave disabilità, a seguito del parere negativo del Centro Regionale di Riferimento. Decisione discutibile considerando che il percorso di cure era sempre stato autorizzato, mentre nel 2018 la richiesta, analoga agli anni precedenti, è stata respinta in quanto “non sarebbero comprovati i maggiori benefici garantiti dal centro riabilitativo estero rispetto alle cure erogabili in Italia, indicando alcuni centri italiani in grado di fornire adeguate cure ovvero l’Ospedale Bambino Gesù di Roma, il Policlinico di Siena o l’Istituto Don Calabria di Milano”.
Ovviamente i genitori della bimba hanno fatto ricorso al Tar, sostenendo che “il diniego gravato si porrebbe del tutto immotivatamente in contraddizione con quanto avvenuto negli anni precedenti” e che sarebbero sbagliate le “valutazioni di carattere sanitario riferite alla specifica patologia di cui soffre la bambina, la quale richiede interventi riabilitativi integrati e multidisciplinari” che solo il centro estero è in grado di fornire, come attestato anche da un primario dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria “A.Meyer” di Firenze, il quale affermava che “i centri italiani indicati risultano appropriati anche se non attrezzati per la specifica sindrome di cui è afflitta la bambina”.
Il tribunale amministrativo ha accolto il ricorso dei genitori della bambina precisando che “fruire di cure sanitarie urgenti presso un centro di alta specializzazione all’estero per prestazioni particolari non è atto automatico e dovuto”, bisogna considerare che “il diritto alla salute non sia esposto a pregiudizi gravi ed irreversibili” e che considerando il “presupposto della natura incomprimibile del diritto alla salute” non si può fare “distinzione tra prestazioni erogate direttamente dal servizio sanitario nazionale e prestazioni erogate all’estero ma imputate indirettamente al servizio sanitario nazionale sotto forma di costi”.
Inoltre i giudici del Tar hanno stabilito che “il parere reso dal Centro Regionale di Riferimento non è fondato da comprovate ragioni di carattere sanitario in riferimento alla specifica patologia lamentata dalla minore bensì da considerazioni del tutto apodittiche senza alcuna valutazione della particolarità del caso clinico e omettendo di dar conto dei cicli terapeutici effettuati negli anni anteriori al 2018 nonché dei risultati ottenuti”. Secondo i giudici “il Centro Regionale non si è curato minimamente di comprovare la valutazione di adeguatezza degli indicati centri di cura italiani rispetto al trattamento all’estero e all’esperienza maturata nel trattamento riabilitativo della specifica patologia”.
Il Tar ha quindi stabilito che il “superficiale approccio” con cui il Centro Regionale di Riferimento ha valutato la situazione, rende nullo “il diniego opposto dall’AUSL Umbria” e ne consegue l’annullamento con “obbligo dell’AUSL Umbria 1 di consentire all’interessata la fruizione delle cure richieste a tutela della continuità terapeutica”.

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